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ospitalità familiare a Palermo
lunedì, 12 ottobre 2009

linee aeree puffe e gli occhi di vent'anni (che non ho più)



Linee aeree Puffe



Me lo dovevo proprio immaginare. Appena ho visto quell’aereo dipinto di blu, ho capito. Infatti, il signore seduto. Anzi, meglio dire incastrato, nel sedile. Dunque, il signore incastrato nel sedile accanto a me ha cominciato subito a lamentarsi. E aveva ragione, l’aereo era blu perchè era quello delle linee aeree Puffe.



Sissignore, i Puffi avrebbero viaggiato benissimo , ma esseri umani di taglia normale sarebbero stati in grandi difficoltà, proprio come il signore seduto accanto a me, dall’alto dei suoi 197 cm, ed anch’io, dal basso dei miei 175 cm di statura.



Il signore accanto a me era un giornalista tedesco, uno di quelli che ha studiato in italia, affascinato dalla romanità, ma che mi ha dovuto confessare che, dopo essere tornato in Italia per lavorare come corrispondente della televisione tedesca, “più tempo passo in Italia, meno la capisco...”.



Petit France a Strasburgo e il figlio lontano.



sera a strasburgo

























































(foto di medicineman)



Strasburgo, molto meglio di quanto mi fossi immaginato. Piccola, ma non provinciale, un gran numero di giovani in giro, anche la sera, quando solitamente nelle città di provincia, specialmente se il clima non aiuta, tutti restano tappati a casa. A Strasburgo sabato sera, dopo l’impegno del congresso (non parlo ai congressi, semplicemente mi piazzo allo stand della società per cui lavoro e alleno il sorriso e l’inglese, oltr a fornire spiegazioni rilassanti su come siano buoni i farmaci che stiamo propagandando) mi ha raggiunto mio figlio. Già, a fine agosto, quasi a tradimento, è partito per fare l’Erasmus in Francia. Non sapevo che avesse queste intenzioni finchè non ci ha comunicato che era stato accettato nel programma e che sarebbe venuto a vivere in Francia per qualche mese. Sabato sera siamo stati insieme, siamo andati a cenare in un ristorante carino, non eravamo soli, lui ha dato a tutti l’idea di essere uno con le idee chiare, un bravo ragazzo studioso insomma. Non è solo un’idea, corrisponde abbastanza alla realtà.



Ho noleggiato una macchina in aeroporto, appena arrivato, avevamo concordato, col figlio, che lo avrei riportato in auto nella cittadina della regione remota in cui si trova la sua università. E così abbiamo fatto.



Il giro è stato un pò lungo, abbiamo attraversato quattro nazioni, sperimentando panorami differenti tra Francia, Belgio, Germania, Lussemburgo. Arrivati in Lussemburgo (la visita della capitale è un pò deludente, in meno di un’ora si vede tutto il centro) siamo stati accolti dal granduca che è arrivato con la sua macchinona ed un autista a presenziare ad una cerimonia militare; la banda era un pò scalcinata, non quello che ti aspetti di vedere in una delle capitali dell’esportazione di valuta, ma tant’è.







arriva il granduca

































(foto di medicineman)



colori autunnali









































(foto di medicineman)



Poi finalmente, dopo un lungo viaggio piovoso, siamo arrivati a destinazione. Ho sentito una strana sensazione di disagio, e non era il clima. Dopo che ho visto l’alloggio cubicolare in cui passerà i prossimi mesi, il cuore mi si è ristretto, come dopo un lavaggio in lavatrice col programma sbagliato. Mi sono chiesto perchè ha voluto punirsi abbandonando le comodità domestiche, le amicizie consolidate, l’uso di tutto quello che può servire ad un ragazzo di vent’anni , trasferendosi in un posto triste, alloggiando in una tana triste, condividendo con altri ragazzi uno spazio comune che sembra la sala d’aspetto di una stazione ferroviaria periferica, in cui l’unico conforto è indossare un auricolare e connettersi con skype agli affetti rimasti altrove. Da una parte i ragazzi e le ragazze europei, dall’altra quelli con problemi religiosi. Si, ho scritto bene, quelli con il problema di essere musulmani.



Forse, è colpa mia, che non ho più gli occhi di quando avevo vent’anni. Sicuramente è colpa mia.



Nel frattempo non ha smesso di piovere, avevo un lungo viaggio di ritorno, per reimmettermi nella routine delle mie attività paracongressuali, mi sono rimesso in auto, il mio viso si è bagnato, e non era pioggia.







a proposito di pioggia, oggi mentre aspettavo di decollare è passata una tromba d'aria sull'aeroporto di Fiumicino. Ho immortalato l'arcobaleno smagliante spuntato subito dopo.



dopo la tromba d





















































(foto di medicineman)



venerdì, 15 maggio 2009

ho lasciato la mia camera alle 7.30





Ho lasciato la mia camera d’albergo alle 7.30. L’ho fatto convinto che ci sarei rientrato dopo qualche ora di chiacchiere e diapositive di power point, per fare una doccia e riposare un po’. Poi avrei preso un altro caffè con un’altra bustina di dolcificante senza zucchero. Avrei aperto la porta finestra scorrevole e mi sarei affacciato sul balcone, guardando i miei colleghi che, fumando e facendo piccole passeggiate nervose, si sarebbero raggruppati in minimi capannelli dicendosi con gli occhi semichiusi, ma che bella vista. La stessa vista che io vedo da questo balcone, una spiaggia con la sabbia grigia, popolata da coppie di gay oleati, disoccupati e troiette in minigonna, e il mare grigio come la sabbia , e due petroliere ancorate al largo. Ci sono anche due gommoni rossi dei vigili del fuoco, che si stanno esercitando in simulazioni di salvataggio, tirando a bordo durante dei passaggi a bassa velocità un fantoccio di gommapiuma sempre più pesante, sempre più inzuppato d’acqua di mare.

Ho lasciato la mia camera d’albergo alle 7.30 per andare a fare colazione ed evitare di aspettare come ieri per un caffè: ieri l’ho aspettato per cinquanta minuti, dopo mi sono alzato dal tavolo, sono andato a parlare con la direttrice dell’albergo, una secca bionda lunga con occhiaie incorreggibili e l’ho cazziata, senza gridare però. Quella ha alzato il telefono e ha sibilato qualcosa alla cameriera scura con la faccia da faina, che mi passava davanti sculettando mentre aspettavo quel maledetto caffè dicendomi si ora arrivo. Poi è venuta un’altra cameriera triste, una specie di spaventapasseri in cassa integrazione, e mi ha portato un caffè orrendo. Spero solo che la cameriera dalla faccia di faina non ci abbia sputato dentro, comunque faceva schifo lo stesso.

Avevo lasciato la mia camera d’albergo alle 7.30, sicuro che ci sarei rientrato cinque ore dopo. Però nel corso della mattinata mi era arrivata una telefonata, una di quelle in cui sto a sentire una voce di donna, la voce di una donna che conosco da venticinque anni, una voce che ha parlato a scatti, e poi ho capito che aveva iniziato a piangere.

Così ho dovuto fare ritorno anticipato e inatteso alla camera 103, rifare il mio bagaglio, raggruppando le mie cose che avevo artisticamente sparpagliato in giro, giusto per sentire che in quella camera ci abitavo io, ho chiuso la valigia ed ho aspettato senza entusiasmo un taxi. Nel frattempo sono venuti dei colleghi a dirmi cose che non ho ascoltato.

Adesso sono le ventidue, l’aereo ha accumulato un ritardo da compagnia del terzo mondo, la gente che aspetta ha reazioni incontrollate, si muove in branchi, grida, aggredisce uomini in divisa, alza le braccia. Qualcun altro osserva la scena, tanto sa che partirà, alla faccia di quegli stronzi che invece aspetteranno ancora.

Non so quando arriverò a casa, ho un latente desiderio di cena e di letto, e una certa urgenza di pisciare.

Adesso  sono le ventitre, e sono nella poltrona di pelle dell’aereo, quello accanto a me si è addormentato istantaneamente, non appena si è seduto. A guardarlo di profilo sembra un gigantesco topo morto, ma non posso fare a meno di girare lo sguardo verso di lui perché è seduto accanto al finestrino.

Le luci nella carlinga si sono abbassate, penso che tra poco partiremo.

 

postato da: Medicineman alle ore 07:05 | link | commenti (5)
categorie: storie, strange people, aeroportuale, fulminati
lunedì, 08 settembre 2008

meglio tardi

antegatto e postgatto

 

questo lo spiego dopo.








Madrilista

Prima parte della vacanza. Che non me lo immaginavo proprio. Temevo di andare incontro ad una città pomposa, tutta compresa nel suo ruolo di bomboniera monarchica. 

madrid 2

Invece no; dove sorgono edifici di fantasiosa architettura, spesso si legge “qui c’era la chiesa dei santi pinco e pallino” che siccome non se li filava nessuno è stata abbattuta e al suo posto c’è stò palazzone, che tanto se tra qualche decennio ai madrileni non piace più, un po’ di tritolo e lo buttano giù e ci fanno magari uno zoo o una piscina per anziani poveri convalescenti.

madrid 3

M’è piaciuta la metropolitana, le strade pulite, i ristoranti tipici, anche il caldo m’è piaciuto, che era secco e non faceva sudare. Poi, dopo qualche giorno, è caduto un aereo di potenziali bagnanti, e un po’ di dolore l’ho sentito anch’io, che di quell’enorme aeroporto mi ero beato. Tranne il fatto che l’aereo che arriva e parte da Palermo lo imbarcano da una specie di corridoio segreto, di quelli da dove possono passare solo irregolari e fantasmi.

madrid 6

Siamo entrati (e poi ci siamo tornati) in un ristorante asturiano, vicino la Puerta di Toledo, e siccome non capivamo niente della lista dei cibi uno dei camerieri ha capito la difficoltà e si è avvicinato, dicendoci che ci mandava il chico italiano, che poi ci ha spiegato: “qui si mangia in compagnia, dalla stessa padella e dalla stessa pentola, ordinate una cosa per volta, e vedrete che vi riempirete la pancia”. Infatti, con le raciones ci si mangiava in quattro, e poi restava voglia di assaggiare ancora qualcos’altro. Se passate da quelle parti una puntatina alla sidreria “la burbuja que rie” fatevela. E se proprio vi va di essere esotici, ordinate il sidro, che necessita di una mescita acrobatica, che da sola vale la spesa; altrimenti meglio la birra o il vino. Ma si, va tutto bene quando si sta tra gente accogliente. E poi, tra tutti quei Lopez e Fernandez e Rodriguez mi sentivo a casa.

 madrid 5

Trenta giorni di mare

Senza meduse, non se ne sono viste, e allora nuotate amniotiche, che ho ancora i seni paranasali pieni d’acqua salata, e bracciate sott’acqua tra le castagnole e le piccole occhiate. Però qualcuno mancava, ci sono stati dei giorni irreali, come se nulla fosse successo, come se l’equilibrio fosse ancora mantenuto. Il fatto che mi preoccupa e che comincio a conoscere un certo numero di vedovi e vedove miei coetanei, si vede che sto invecchiando.

 

Appuntamenti inevitabili

Con le persone che non si vedono per trecentotrenta giorni, fino all’agosto successivo, con quelli a cui viene voglia di dirlo, che non importa la frequenza e la presenza, siamo amici anche se ci parliamo ormai solo due o tre volte sulla spiaggia o al belvedere.

Con la casa, il giardino, gli alberi che crescono, qualcuno si dovrà tagliare per fare posto a qualcun altro che vegeta più impetuosamente, con la necessaria inevitabile manutenzione; lo scorso week-end ho finalmente riparato un avvolgi tubo cannibalizzandone un altro che si era rotto un paio d’anni fa e che-prudentemente-non avevo ancora buttato.

Con i tramonti, con i pensieri del dopo cena, con la domanda quanto durerà ancora, con le zanzare e gli uccelli notturni, e con la vendemmia, anticipata come sempre, e dimezzata da gazze e colombacci. Ho già in programma l’acquisto di una carabina a piombini per fare in modo che le cento bottiglie previste l’anno prossimo si riempiano davvero, di chardonnay e pinot grigio, torrefatti nella vigna che si calcina a sud, davanti alla casa.

Con le visite al cimitero, dalle quali ritorno sempre con l’urgente necessità di un collante emotivo, dato che a guardarli, i nomi ed i volti mi fanno sentire incolmabile e definitiva la mancanza dell’intera famiglia di mio padre. Ti porterò le rose del mio giardino, anche se so che i fiori non ti piacevano.

 

Musica, musica.

Chissà chi contatta i manager dei gruppi che si presentano all’Ypsigrock, quest’anno erano più di un paio i nomi di rilievo, a suonare nella piazzetta davanti al castello medievale.

art brut

Art Brut, rumorosi, dissacranti, la macchietta rock di Brian Ferry e compagni, e la sera dopo i DeUs, dei quali le radio FM quest’estate hanno mandato una hit in heavy rotation, facendo pensare al popolo italiano intero che loro siano dei sofisticati musicisti pop; siccome che Tangerine me li aveva amichevolmente consigliati, li conoscevo per quelli che sono, cioè dei tosti rocker di un paese dove il rock manco te l’aspetti, infatti vengono dal Belgio. Bravi, cento minuti spesi bene, che neanche loro ci credevano, e continuavano a ringraziare la Sicilia e l’Italia. Li avranno soffocati di mare, vino e sole, così imparano a vivere a Bruxelles.

DeUs

 






Ritorno alla normalità?

Praticamente, come già descritto, domenica 31 siamo tornati in città, lasciandoci dietro la sensazione di trenta giorni passati troppo velocemente, e la mattina presto dell’1 settembre ero in aeroporto, poco dopo scodellato a Firenze per una simpatica riunione tra colleghi di lavoro. Ovviamente non potevo fare a meno di fare quello che mi riesce meglio, cioè spiare il prossimo in aeroporto, o godermi le gesta dei passeggeri latitanti nello schiumoso vuoto emotivo che accompagna i viaggi aerei con risicate coincidenze.

Al ritorno da Firenze, un procione viaggiatore camuffato da magra donna presumibilmente dell’est Europa ha sgranocchiato, pescandole da un sacchetto di cellophane trasparente, un numero impressionante di mele e pesche. Forse si stava preparando al letargo, e quando è passata la hostess per il micro rinfresco che ancora Alitalia (ancora per poco, poveri i miei punti millemiglia che finiranno dissipati nel niente, come un peto di Tremonti) graziosamente somministra, la prociona non ha capito nulla, ha afferrato una bottiglia di cocacola e messo le mani nel cassettino con gli snack, e non c’era verso di farglieli restituire.

Menomale che l’hostess era di buonumore, e se l’è presa a ridere (pure io me la sono presa a ridere, per solidarietà con l’hostess) nonostante che, temo, perderà il posto. La mia vicina di posto plantigrada ha continuato a rosicchiare salatini e biscotti per tutto il viaggio, accompagnando il bolo con ampie sorsate di cocacola, e quando è ripassato il carrello-cestino ha buttato dentro pure quegli snack che non era riuscita a mangiare. Poi, ha ruttato in maniera composta, coprendosi la faccia con un fazzoletto di carta. Ecco il bello di viaggiare, si imparano usanze sempre nuove.

 

Questo lo spiego dopo

eccomi che lo spiego:

Siamo stati adottati, da lei.

gatta pollina

Grande mangiatrice di croccantini e lucertole, dispensatrice di fusa a tonnellate e strusciamenti sulle gambe, e contenitore ambulante di coccole a tempo: scaduto il tempo dissuadeva i coccolatori con precise unghiate, tipo freddy krueger, che ne portiamo ancora tutti i segni sulle mani.

Ma si sa, i gatti di campagna non vanno tanto per il sottile, e non sono avvezzi alle mollezze dei gatti cittadini.

Tanto, in città, al b&b della med-moglie, siamo stati adottati da un gatta’altra, pazza come una tempesta tropicale in scatola di montaggio, che si presenta solo se le si fischia (il muci-muci con cui si chiamano i gatti siculi con lei non funziona) e che per fare le feste preme con i cuscinetti delle zampe sulle mani e mordicchia, è di modi più urbani anche se inconsueti.

Ecco spiegato l’Al Stewart d’antan. Se proprio devo dargli un nome, questo me lo ricorderò come l’anno dei gatti.

lunedì, 02 giugno 2008

Vienna, il cafè e l'orgoglio terrone



Siete 'taliani?
  Il signore che doveva riportarci dall'hotel viennese all'aeroporto l'ha capito subito. In qualche modo era 'taliano pure lui. Padre austriaco, mamma 'taliana caprese, moglie giapponese. Infatti qualche difficoltà con l'itagliano ce l'aveva, ma ci siamo intesi.
Vienna.
Che Vienna, negli spazi lasciati liberi dal congresso, è una città da camminarci, senza bisogno di mete particolari, tanto c'è un sacco di cose da vedere. Mi ha fatto venire voglia di mitteleuropa, forse perchè ci sono stati tre giorni di sole e di temperature meridionali, e non ho visto difetti.
Che Vienna, al centro, si riconosce sempre per la stessa puzza acuta di piscio di cavallo, e questi tiri a due che girano pure la notte coi loro cocchieri tenebrosi fanno venire in mente Celine, e i suoni dei sonagli e degli zoccoli sul porfido puzzoso.

Ho finito di leggere due libri. In qualche modo parlano di memoria. Memoria da cancellare, in una specie di thriller psichedelico, e memoria da riempire, con i frantumi da rimettere a posto.
Il giallo lisergico (sì, sembra proprio un trip, ma di quelli buoni, che fanno sembrare logico e reale anche un mammuth in fila per un pedalò sulla spiaggia di Rimini, col mare color fragola) è l'ultimo libro di Murakami Haruki. Il mio scrittore giapponese preferito. Oserei dire, il mio scrittore preferito. Lo è, ed io vorrei tanto arrivare a scrivere come lui. C'è tempo, chissà.
Anche il titolo del libro Kafka sulla spiaggia, ha attinenze con il mio viaggio, ed anche con il contesto congressuale. Sapete bene che, se uno legge l'ultimo romanzo del proprio autore preferito, il giudizio non può essere obiettivo, tranne che codesto autore preferito non abbia pubblicato proprio una cagata pazzesca (mi scuso col rag. Ugo Fantozzi per la citazione).
Ecco perchè evito adesso di dire cosa ne penso, lascerò passare qualche giorno, magari lo rileggerò, o forse no. Però è uno di quei libri dove da piccoli ininfluenti tremori si genera un caos, uno di quei caos che solo gli dei possono governare, e dove a poco a poco, dopo l'esplosione della supernova narrativa, le cose riprendono ad incanalarsi in una apparente normalità (se volete un paragone musicale, pensate alla suite di Atom Hearth Mother).

L'altro libro che ho finito di leggere, e che mi è servito anche come antidoto al cinese griffato e puzzolente di merda che un ingiusto sorteggio dei posti al check-in mi aveva messo accanto nella poltroncina del Bombardier della Lufthansa, è quello di Mario Calabresi , Spingendo la notte più in là.
Sull'aereo, che è un non luogo, si legge benissimo, preciptando dentro le pagine.
Come dicevo prima, la sensazione durante la lettura (che anche se cerchi di metterti, lettore, comodo in poltrona e con un angolo sentimentale sbieco e impersonale, ti acchiappa e ti torce il muscolo etereo dell'anima) è quella di osservare uno che, con scientifica caparbietà, raccoglie i frammenti di uno specchio andato in pezzi e li ricompone, incollandoli. Dopo, ci si sente riappacificati, come se questa missione postuma serva a ricongiungere una felicità interrotta del passato alla  adulta chiarezza del presente.

Mentre ero alle prese con le ultime pagine, e l'aereo stava già rullando, una signora austriaca cotonata viola che aveva furtivamente cambiato posto, ha premuto insistentemente il pulsante per chiamare le hostess. Abbiamo tutti pensato che avesse avuto un infarto, per cui ho detto all'amico medico che mi viaggiava accanto "preparati House". Non si capiva cosa squittisse la signora viola, ad un certo punto il vicino di fila ha deciso di tradurre dal tedesco all'inglese, a beneficio delle due hostess italiane (carine ma attanagliate dal panico). Quella voleva che il marito la raggiungesse nel suo nuovo posto, perchè aveva paura a viaggiare senza artigliargli il braccino.
"allora perchè ha cambiato posto?" le ha detto severa ma divertita l'hostess dai capelli rossi.
Volevo un posto con un finestrino bello, ha risposto pigolando lei. Giusto, vista mare coi gerani appesi fuori.

Mi stavo dimenticando dell'orgoglio terrone. Siete 'taliani, ha detto il boss della compagnia di noleggio minibus convenzionata con l'organizzazione del congresso. Si, siamo 'taliani, abbiamo risposto in coro (eravamo in tre). Lui ci ha guardato con uno sguardo ibrido, un pò contento e un pò compassionevole, ed ha detto "in hotel brutto caffè, acqua sporca, venite nel mio ufficio che vi faccio un vero caffè italiano, non è lontano, cinque minuti a piedi". E così, mentre la tizia dell'agenzia congressuale che fino a quel momento aveva smaltito i congressisti in partenza con lo stesso sguardo delle ss che caricavano gli ebrei sul carro per Dachau, ha avuto una crisi culminata in strilli acutissimi (sapeva anche l'italiano, la bipede algida ), "non fare ritardo, non fare ritardo" noi abbiamo seguito il signor Mario che ci ha preparato il suo cafè 'taliano.

Al campionato europeo dell'orgoglio, quello terrone va in finale di sicuro.


domenica, 11 maggio 2008

aeroportuale di maggio



Ad un certo punto quello seduto accanto a me, nella sconfortevole poltroncina del super 80, ha detto “lei deve essere una persona importante, la salutano tutti”.

Ho amabilmente sorriso, ma non ho risposto. E’ vero, sul Roma-Palermo di venerdì sera c’erano un sacco di persone che conosco, e che mi hanno salutato salendo sull’aereo. Anche un paio di personaggi pubblici, di quelli che mettono i loro faccioni lunari sui poster 6x3 al momento del concorso per la nomina allo stipendificio parlamentare.

Martedì mattina, arrivato al Falcone-Borsellino, ho trovato decine di scolaresche in attesa del loro volo per il viaggio di d-istruzione. Che mi domando cosa ci sia di istruttivo ad andare una settimana in Tunisia, forse qualche docente nostalgico vuole andare a visitare la tomba di Bettino.

Questi ragazzini si fotografavano l’un l’altro, appoggiandosi ai grandi pannelli pubblicitari, mimando scene di sesso con i modelli e le modelle delle reclame. Cominciamo bene, ho pensato io.

C’era una pattuglia di micromanager con inestirpabile appendice auricolare bluetooth. Nel frattempo non li ha chiamati nessuno, ma loro erano pronti, e non si sono tolti l’auricolare neanche entrando nell’aereo. Probabilmente i tessuti del padiglione si sono embricati con le fibre plastiche, formando delle aderenze permanenti.

Uno che aveva la sua bella faccia lunare sul giornale di martedì ha cominciato a passeggiare rasente le panchine della sala d’aspetto, tutte occupate, Sicuramente sperava che qualcuno lo riconoscesse e gli cedesse il posto, però nessuno si è alzato, nemmeno io: forse non mi sono alzato perché lo trovo leggermente antipatico, o solo perché nel frattempo era stato annunziato il secondo ritardo sulla partenza.

Le hostess di terra ad un certo punto hanno cominciato a dire che il signor pinco pallo si doveva presentare al gate per l’imbarco, ultima chiamata, e così via. Quello, lo abbiamo scoperto dopo, aveva gli auricolari del suo lettore mp3 bianco così profondamente conficcati nel cervello che solo dopo che la signora con la divisa della compagnia aerea gli ha chiesto, scuotendolo dal suo coma musicale, se era lui pinco pallo, ha capito che aspettavano solo lui per partire.

E’ diventato rosso rosso, si è sentito addosso gli sguardi di muta riprovazione di mezzo aeroporto, e poco prima di consegnare la carta d’imbarco ha inciampato in un trolley. La padrona del trolley gli ha sibilato qualcosa di cattivo in una incomprensibile lingua cattiva, e quello ha virato dal rosso rosso al viola. Spero per lui che sull’aereo avessero una equipe cardiochirurgica, aveva proprio il colorito di uno che sta per avere un glorioso infarto.

Alla fine siamo partiti con quasi due ore di ritardo, e sono arrivato alla riunione un minuto prima che cominciasse. Il capo ha detto che mi avrebbero aspettato comunque, forse è un buon segno.

I quattro giorni di riunione sono passati con veloce lentezza, e al venerdì pomeriggio la mole di dati che premeva per sedersi sui miei neuroni era tale che credevo di essere diventato un contenitore per byte ansiosi. Una pendrive umana.

Sull’executive transfer (un taxi privato pulito e nero come quello dei film americani) che trasferiva me e altri miei colleghi all’aeroporto di Bologna si sono consumate alcune piccole tragedie interpersonali, tanto che ad un certo punto ci siamo messi a scrivere messaggi su pezzi di carta, immediatamente defenestrati per non lasciare traccia, pizzini si chiamano, ecco.

Il furgone nero è rimasto bloccato insieme al suo vario contenuto umano al centro di uno svincolo, uno di quelli a ricciolo, e dal finestrino fumé ho visto una grande lepre che fottendosene del traffico osservava le macchine e i camion fermi, ritta sulle zampe posteriori. E’ rimasta lì, si è solo grattata un po’ le orecchie, mentre noi ci allontanavamo.

 

 


postato da: Medicineman alle ore 09:18 | link | commenti (11)
categorie: storie, strange people, fatti ed eventi, aeroportuale
venerdì, 11 gennaio 2008

aeroportuale di gennaio







Poco prima di teletrasportarmi in aeroporto (strano, la sirenetta che in azienda prenota sempre voli ad orari da panettiere questa volta mi aveva consentito una comoda partenza da homo spensieratus, ma c'era la fregatura) ero andato ad ispezionare un box condominiale che si sta liberando.
Desidero bramosamente entrarne in possesso, ma so che sarà difficile. Dentro il piccolo locale da ventimetriquadrati, abbandonato su uno scaffale metallico, il plastico di un trenino. L'ultimo inquilino, che ancora precariamente barcollando sopravvive, non aveva figli maschi. Quindi il plastico era proprio suo, del ragioniere L. Come lo conobbi e come diventammo amici, in un momento tragicissimo, non ve lo racconto, però fu una di quelle crude azioni che diventano buonissime, perchè nessuno in certi casi ha il coraggio di dire, a chi lo vuole sapere, come andranno veramente le cose.
Arrivato in aeroporto, dopo avere rimuginato la disposizione dei miei oggetti in quel box, ho rapidamente fatto il check-in, dovendo miseramente consegnare al tubo digestivo dei bagagli da imbarcare il mio trolley nuovo nuovo, perchè a detta della signorina del banco era troppo pesante. "ma troppo pesante quanto?" ho provato a dire io "circa un chilo, ma la cabina è piena non insista" ha tagliato secco lei. Vabbè, avrò le mani libere, ho pensato.
Nel frattempo, la nebbia mattutina di Fiumicino aveva causato il ritardato arrivo dell'aeromobile su Palermo, per cui mi sono attrezzato a settanta minuti circa di ritardo.
C'erano un sacco di orientali in partenza per Bologna (chissà che giro, palermo-bologna), ad un certo punto si è appropinquata una tipa dall'aria abbastanza snob con un pechinese al traino, I giapponesi (non sono sicuro, non capisco bene i dialetti) si sono immediatamente attivati, generando un brusio degno di un migliaio di tamagochi pigolanti, Il cane si è piantato, pancia a terra, e non voleva saperne di rimettersi a camminare, Si è fatto guardare anche sotto la coda e dietro le orecchie dai curiosissimi tipi dagli occhi a mandorla, anche quando la griffata padrona, abbandonando il bon ton si è messa a imprecare in siculo stretto in direzione del quadrupede, che se n'è fottuto altamente. Quella si è dovuta abbassare-orrore!-a prendere in braccio l'animale, che si è messo a piangere. Sentirli allontanare, lei che smadonnava e lui che guaiva disperato (forse sentiva il grido forte del dna del suo paese d'origine?) è stato uno spettacolo istruttivo.
Una bambina bionda coi boccoli pneumatici ha piantato un casino terrificante al padre perchè lui assolutamente doveva consegnarle il cellulare "devo mandare un messaggio all'asilo, che mi devono aspettare" ha detto lei; siccome il padre non ne voleva sapere, perchè lumava un piccolo branco di ventenni scollacciate la bambina ha fatto scoppiare il vero bordello, sparpagliando per tutto il primo piano del "falcone-borsellino" il contenuto del suo zainetto: che era piccolo piccolo, ma pieno di un numero impressionante di cose piccole piccole. Alla fine lei ha digitato un sms (ma a tre anni i picciriddi sanno leggere?) mentre il padre raccoglieva le cose piccole piccole. Le ventenni osservavano con sussiego.
Uno, abbigliato come un manager di provincia, tipo rappresentante di trattori, aveva nel cellulare una suoneria formula uno, giro veloce e passaggio ai box. I suoi ruspanti colleghi gliela facevano suonare sempre, finchè quello ha detto "picciotti c'aviti rutti i cugghiuna, ora l'astuto" (traduzione: amici, mi state provocando un attacco acuto di gonadoclastia, adesso spengo l'apparecchio). Però non l'astutò, ed ha continuato a fare wroooom wooom zaung zaung zaung cri scriii screeek woooooo fino a che non hanno chiamato (abbiate pietà di noi) il suo volo.
Dicevo che non mi hanno fatto imbarcare il trolley nuovo nuovo misura cabina, ma quella che era in fila dietro di me, una finta giovane finta cantante rock che aveva chitarra nella custodia, uno zainetto davanti, uno zainetto di dietro, un vassoio di cannoli  (ah, il cannolo viaggiante, che strazio) e la borsa del computer l'avevano fatta passare, forse aveva minacciato la signora del check-in che si metteva a cantare mangiando i cannoli e digitando al computer seduta sugli zainetti. Le faranno mettere tutto in stiva, arrivata alla scaletta dell'aereo, ho pensato. Il seguito prova che avevo torto.
Quando finalmente hanno chiamato il volo, la tizia  della compagnia aerea xxxxxxxxx che ha staccato il pezzo della carta d'imbarco per conservarselo indossava la divisa in maniera sadomaso direi, strizzatissima che pensavo non potesse nemmeno respirare, tacco da serial killer, gonna constrictor, trucco appaltato ad un'impresa edile. Appena è stato il mio turno, le ho porto da prudente distanza il biglietto, lei ha detto "fà vedere il documento", con una posa tale che ho avuto la sensazione di sentirmi entrare la sua lingua in bocca. Solo la sensazione, mi basta, magari me la mordeva pure.
All'arrivo a Bologna, la finta giovane cantante rock vestita in stile post-atomico, ha sibilato agli inermi passeggeri in bovina attesa di essere evacuati dall'intestino dell'aereo fatemi prendere la mia chitarra dopodichè ha colpito alla testa una ventina di vittime, a me per fortuna non mi pigliò.
Durante i tre giorni modenesi in cui ci hanno guastato l'inizio dell'anno con una serie di notizie di difficile esegesi, ho capito che le cose stanno cambiando velocemente, e che la mia rapidità di comprendonio sta diminuendo, devo adottare dei correttivi. Certo, dovrei provare a fare correre di più i neuroni, ma quelli mi hanno avvisato, più di trotterellare non se ne parla.
postato da: Medicineman alle ore 15:54 | link | commenti (14)
categorie: storie, strange people, antipatia, proprio io, aeroportuale
venerdì, 21 dicembre 2007

Niente nebbia in valpadana (ovvero che ci sto a fare in questo non luogo?)

Pioveva. A Palermo, pioveva che se avessi avuto un motoscafo, in aeroporto ci sarei arrivato prima.

Ero pure in ritardo, ieri. Non e’ che la partenza mi entusiasmasse, però se l’azienda ti chiama in sede, un motivo ci dev’essere. Sinceramente, il motivo lo conoscevo (e la conoscenza era causa del mio scarso entusiasmo).

In aeroporto niente da segnalare, anche per il fatto che sono arrivato proprio all’ultimo minuto, e non ho avuto tempo di studiare, come di solito faccio, la interessante fauna aeroportuale.

Mi sono sorpreso quando, alla coincidenza di Roma, non c’era alcuna nuvola in cielo, un tramonto invernale nelle tinte del rosa pallido, infondente un giusto grado di struggimento.

Sull’aereo che ci trasportava da Roma (ah, lo struggente tramonto romano) a Bologna, un assistente di volo ci teneva a fare sapere a tutti i passeggeri che lui appartiene al terzo sesso.

Ondeggiava ancheggiando come se avesse avuto ai piedi vertiginose decolté dal tacco dieci.

Invece indossava i soliti mocassini di servizio, e quando è stato il momento di spingere il carrello con le bibite, si è immerso nel ruolo con una tale affettatezza che mi è venuto di rispondergli, quando mi ha chiesto cosa gradissi da bere, “succo d’arancia, grazie signorina”. Però non l’ho fatto. Magari a lui avrebbe anche fatto piacere, però non mi sembrava il momento adatto per dimostrare al resto della cabina che sono retrogrado e sessista.

In realtà non sono né retrogrado né sessista, almeno credo.

Almeno spero.

A Bologna, ho incontrato una pattuglia di colleghi che erano arrivati da altre destinazioni in orario coincidente. Ho notato che non c’erano decorazioni natalizie, in aeroporto.

L’ho anche detto ad un collega, “non lo sai che a Bologna sono tutti comunisti? Non lo festeggiano il Natale, i comunisti” ha ringhiato lui.

Mii. Vero? Se c’è un bolognese che mi legge, mi risponda, per piacere.

Siccome sulla monovolume che ci trasportava a Modena hanno tutti preso a parlare di fatti inutili di lavoro, ho indossato le cuffie del lettore mp3 e mi sono sparato a discreto volume  un po’ di Snow Patrol, e di Editors. E guardavo, nel buio dal finestrino, la campagna intorno all’autostrada. Niente nebbia, le tradizioni cambiano. Sono sicuro che se l’avessi chiesto al collega di prima “ti sei accorto che non c’è quasi più nebbia in valpadana?” lui mi avrebbe risposto “non lo sai che in valpadana sono tutti comunisti? Se la mangiano la nebbia, i comunisti”. Infatti non gliel’ho chiesto. Credo che gli avrei dato troppa importanza. E poi se batto il piede al tempo di chasing cars non posso fare domande stupide.

Nella tasca di destra un oggetto di forma rettangolare mi premeva un po’ sul fianco.

Era il libro che avevo finito di leggere durante i voli di prima.

E’ il libro di un autore (so che ad e.l.e.n.a. piace) che mi piace, e che ho già qualchevolta citato, e del quale amichevolmente obbligo alla lettura quei turisti (che sono in grado di leggere l’italiano) che frequentano il bed and breakfast gestito dalla med-moglie.

Il titolo del libro è 1982. Mi che fantasia, e che scarso tempismo, dirà subito qualche intellettuale, non lo poteva chiamare 1985 evitando così di anteporsi a quel famoso capolavoro che si chiama 1984? Non lo chiederò all’autore, intanto perché non lo conosco (potrei scrivergli una email, come lui fece scrivendo una lettera ad un altro scrittore terribilmente più famoso di lui e che-miracolo-gli rispose. Però era il 1982, di solito si rispondeva alle lettere).

Per quel miracoloso fenomeno che fa sì che il lettore si identifichi nelle vicende narrate dallo scrittore, e che gli fa dire, minchia sembrano proprio le cose che sono successe a me, anch’io mi sono identificato. E potrei con un ragionevole grado di sicurezza affermare che una delle stupidaggini che lui combinò nel 1982 l’avevo fatta pure io uguale uguale, nello stesso anno.

Arrivato in albergo, che si trova in un non luogo,distante due chilometri e parecchio freddo e puzza di maiale da Modena, mi sono chiesto cosa ci stessi a fare lì io, lavoratore di una razza in via di estinzione ( di questo ne parlerò un’altra volta).

Non mi sono risposto, mica sono un cliente di Marzullo, io.

 

(nel frattempo ho parlato di 1982 memorie di un giovane vecchio di Roberto Alajmo).

 

mercoledì, 07 novembre 2007

aeroportuale d'autunno

Si vede che mi sono rimbambito. Si vede anche che la sicurezza negli aeroporti è una pagliacciata.

Ierisera a Napoli avevo due carte d’imbarco, dato che per tornare a Palermo qualcuno aveva deciso che prima passassi (solo passassi) per Roma.

Le signorine in divisa addette al controllo passeggeri erano fibrillanti e sculettanti. Hanno aperto il mio beauty-case tentando di spruzzare in giro il profumo. L’ho minacciata, a quella specie di poliziotta con la camicia strizzata sul petto prorompente, che se solo ci provava, dato che quel profumo che uso non si trova più in giro, mi mettevo a gridare.

“Non faccia così, lo poso subito” ha risposto allarmata.

Poi, al gate, la rincoglionita dell’alitalia si è presa la carta d’imbarco della seconda tratta (quella roma-palermo) senza accorgersene. E sono partito tranquillamente. E’stata anche colpa mia, che non ho controllato bene quale mollarle. A Roma, accortomi del disguido, mi sono fatto fare un duplicato. Forse a Roma ci volevo restare, comunque sono riuscito ad arrivare a casa lo stesso.

 

Antefatto.

Il giorno prima, al Falcone Borsellino (si chiama così, anche se così non piace al nostro eccellentissimo presidente dell’assemblea regionale), arrivato in giusto anticipo come al solito mi sono messo in osservazione, dal mio oblò, della umanità che pinneggiava in aeroporto.

Una nonostante l’auricolare faceva sentire i cazzi suoi a tutti, sbraitando a gioia che non ho capito se era masculo o fimmina su quante mutande e quanti reggiseni aveva venduto nel mese di ottobre e di mandargli i file delle sue vendite di settembre così si controllava le provvigioni. Ho sperato che le si fondesse l’auricolare nel padiglione, ma non è successo. E gioia non si è rotto-rotta, la spacciatrice di mutandine ha smesso di sbraitare i cazzi suoi solo quando hanno chiuso le porte dell’aereo. Penso che avrebbe allegramente continuato.

Una, trentina circa, piagnucolava come una specie di bambina capricciosa cresciuta, piagnucolava e guardava il telefonino, scostandoselo dall’orecchio ogni tanto. “ti prego non lasciarmi non lo fare, mi metto in ginocchio se vuoi” ed altre truculente amenità del genere”. Che se avessi avuto il coraggio, mi sarei alzato e le avrei detto che era tempo perso, che se quello dall’altra parte del cellulare aveva deciso di mollarla, ormai aveva deciso. Avanti un’altra, che magari gli era pure accanto e se lo stava allisciando, alla faccia della piagnucolante. Senza lacrime però.

Uno scendendo dall’ultimo gradino della scaletta dell’aereo ha perso un libro (un libro che parla di Palermo come una cipolla), e quello che mi ha sorpreso è stato che il tizio avanti a me, dall’aspetto grezzo e stone-washed, si è subito calato per raccoglierlo e ficcarselo in tasca. Poi ha deciso di restituirglielo, quando il ragazzo orfano della copia è tornato indietro. E meno male che leggono solo il 25 per cento degli italiani. O forse comprano un libro solo quegli italiani, chè per gli altri un libro gratis si legge volentieri?

 

Coccodrillo Stagionale.

Si sta, come d’autunno, sugli alberi le foglie. E poi ha chiuso gli occhi, che non si erano mai girati per guardare da un’altra parte, e la bocca, che non aveva mai dimenticato di fare proprio quella domanda, quella scomoda, quella chiara.

Adieu, Enzo Biagi, sono certo che se c’è un padrone dell’aldilà, le affiderà di sicuro un  telegiornale.

postato da: Medicineman alle ore 18:21 | link | commenti (11)
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lunedì, 07 maggio 2007

c'è sempre da imparare (anche se il volo non è in ritardo)

C’è sempre da imparare. Vero. Come oggi, in aeroporto, solito stato di coscienza semiliquida.
Due ragazzi con profonde occhiaie chiacchierano , uno dice all’altro “il volo è preciso, si parte all’orario”. Vero, preciso può essere più efficace di puntuale, me la sono segnata.
Poco dopo, bighellonando lungo le vetrine degli shop vicino gli imbarchi, altri ragazzi parlano ad alta voce, gesticolando con almeno due telefonini in mano.
“e dove lo fa il trattenimento?” chiede quello basso con il chiodo di pelle marrò, “al villa niscemi” risponde quello magro con la felpa rosanero “lo sai dov’è, tutte cose lì fa, si sposa e gli invitati non se ne vanno. E’ un matrimonio politico non ci vanno in chiesa prima”. Giusto, se un matrimonio non è religioso non può essere che politico.
Dentro la carlinga semivuota del fokker 100 che mi porterà a Napoli una tizia dalle tette a forma di spremiagrumi informa la mamma che ora partono, che ci manca poco, che non si deve preoccupare perché l’aereo pare nuovo. Poi la hostess, una con la faccia da sfigata e l’orlo della gonna un po’ scucito, le dice di spegnere il cellulare, ma la tizia cincischia, e nel suo manipolare il telefonino lo fa suonare di continuo, e mi accorgo che attaccato ha ancora il miracoloso magnete a forma di coccinella che doveva garantirci la salvezza dal tumore al cervello indotto dalle onde elettromagnetiche.
(chissà cosa ha inventato di nuovo il furbacchione che si è fatto i soldi lucrando sulla paura delle tecnologie.)
Siccome la tizia con le tette a forma di elettrodomestico non riesce a spegnerlo, la suora seduta di fianco a lei smette di sgranare il rosario e le dice “signorina stacchi la batteria”; la signorina fa la faccia ebete, che le viene benissimo, e porge il telefonino alla religiosa, che prontamente lo esorcizza, riconsegnandoglielo in due pezzi, ammutolito.
“poi quando scendiamo me lo ripara vero?” piagnucola la ragazzina dalle tette strane, mentre la suora butta gli occhi al cielo, ora si preme il braccio per fare uscire la vena e farsi una pera, penso io, e ringrazio la giovane funzionaria del check-in di cui ho notato la graziosa trecciolina fermata da elastico verde fosforo di avere accettato la mia querula pretesa di stare da solo, anche in ultima fila.
Che se devo fare il guardone dell’umanità, meglio che sto solo, anche per non annoiare altri passeggeri con le mie banalità, o con l’ostinato leggere il libro senza cagarli punto.
Durante il volo rifletto sul fatto che anche che tutte le storie finiscono, è vero, anche se quelle impossibili paiono durare sempre più del ragionevolmente preventivabile, ma c’è sempre da imparare: finiscono .
Adesso, nella camera di albergo con vista in technicolor sul golfo di Napoli, mentre scrivo questi appunti prima che cominci la riunione, la tv accesa su videomusic manda la pubblicità: un noto stilista frocio prende la scusa di dare un passaggio su una utilitaria rossa ad una femmina dalle labbra rosse e ali da aquila e poi la slinguazza mentre guida. Ma non era notoriamente frocio? Giusto, c’è sempre da imparare, anche da mtv.
postato da: Medicineman alle ore 21:27 | link | commenti (18)
categorie: storie, fatti ed eventi, aeroportuale
sabato, 17 marzo 2007

il suo volo non è solo in ritardo (e le ascelle puzzose)

Era stata una notte buia e rumorosa. Nei bronchi intasati della legittima consorte si riproducevano allegramente milioni di batteri , rendendo il suo respiro simile all'onesto lavorio di una banda di boscaioli, intenti a segare la foresta amazzonica. Per farla breve, russava col turbo. Ed io avevo messo la sveglia, anzi due sveglie per sicurezza, alle cinque del mattino. E menomale che lo sanno che detesto partire col primo volo del mattino. E ovviamente alle tre gli occhi si sono aperti, rifiutandosi di chiudersi di nuovo, anche per lo scomodo collegamento con le orecchie, che assistevano indifese al lavoro dei taglialegna ,armati di sega elettrica , nei bronchi della mia signora moglie. Arrivato in aeroporto, ho incontrato altri simpatici artigiani, questi in carne ed ossa, che rumorosamente si accingevano a trasvolare verso una fiera di edilizia e carpenteria in una città del centro nord, la stessa dove stavo andando io. Finalmente le bradipe lente del gate ci hanno fatto defluire verso il portellone del dc 9-80, abbiamo guerreggiato con i bagagli a mano che non volevano sapere di essere rinchiusi-orrore!-al buio delle cappelliere, mi sono accoccolato nel sedile cigolante vicino all'uscita di emergenza. Previggentemente sono solito chiedere con un irresistibile e mellifluo sorriso alla signora del check-in "per favore signora, un posto comodo e non mi metta nessun ciccione accanto". Devo dire che finora ha funzionato. Insomma, allacciate le cinture di sicurezza, e con il solito ritardo di quarantaminuti circa, l'aereo ha preso a rullare. Io ho chiuso gli occhi, annegando in un torpore pre-sonno, cullato dall'accelerazione e dal ronzio dei reattori, aspettando il momento in cui il metallo imbevuto di cherosene e farcito di carne e bagagli (un arrosto misto in caso di disastro) si stacca dal suolo e fionda i nostri corpi mortali verso le nuvole. Ero già abbracciato alla sorella di Morfeo (ognuno ha i suoi gusti, si sa), ma invece di decollare è iniziata una frenata violenta, e i motori hanno attaccato la retrospinta. Forse perchè ero quasi addormentato non mi è venuto l'infarto del pre-schianto). Pochi secondi dopo, gli altoparlanti hanno diffuso in cabina, dove era calato un silenzio micidiale, la voce del  pilota "è il comandante che vi parla, abbiamo abortito il decollo per un guasto ad uno strumento, rientriamo alla piazzola e vediamo se ce lo riparano". C'è sempre la prima volta, confesso che per me è stata mercoledì. Giovedì, nell'incivilissimo aeroporto della città del centro nord da cui stavo ripartendo, in cui i vigilantes sembrano tutti usciti da un film della serie terminator per quanto sono stronzi ed intolleranti, ad una signora russa (oddio signora è un eufemismo, si capiva benissimo il mestiere che faceva) sono saltati i nervi ed ha cominciato ad urlare, lanciando in  aria il contenuto del beauty case, "it's impossible, here is like Nigeria, you're cruel people!". Era successo che le avevano fatto storie con la carta di credito al momento del biglietto, un paio di sbirri l'avevano perquisita, poi al check-in le avevano detto che doveva tornare indietro per comprare un supplemento per il bagaglio in più, ovviamente le avevano fatto di nuovo le stesse storie con la carta di credito, gli stessi due sbirri di prima l'avevano ricontrollata, al varco del controllo di sicurezza, nonostante lei parlasse inglese, i terminator l'avevano ancora maltrattata e quella poveretta si era messa a gridare come una buttana. Evviva l'Italia ( o la Nigeria?). E le ascelle puzzose? Sono quelle del tizio che mi ha chiesto di spostarmi dal posto corridoio a quello finestrino per potere chiacchierare con la sua concubina; menomale che la hostess mi ha chiesto "com'è il libro che sta leggendo?", consentendomi di fare la mia porca figura sulla storia della letteratura americana di fine novecento.  Per un mese niente aerei, e niente ascelle puzzose, almeno si spera.

postato da: Medicineman alle ore 17:18 | link | commenti (8)
categorie: storie, fatti ed eventi, aeroportuale