




antegatto e postgatto
questo lo spiego dopo.
Madrilista
Prima parte della vacanza. Che non me lo immaginavo proprio. Temevo di andare incontro ad una città pomposa, tutta compresa nel suo ruolo di bomboniera monarchica.

Invece no; dove sorgono edifici di fantasiosa architettura, spesso si legge “qui c’era la chiesa dei santi pinco e pallino” che siccome non se li filava nessuno è stata abbattuta e al suo posto c’è stò palazzone, che tanto se tra qualche decennio ai madrileni non piace più, un po’ di tritolo e lo buttano giù e ci fanno magari uno zoo o una piscina per anziani poveri convalescenti.

M’è piaciuta la metropolitana, le strade pulite, i ristoranti tipici, anche il caldo m’è piaciuto, che era secco e non faceva sudare. Poi, dopo qualche giorno, è caduto un aereo di potenziali bagnanti, e un po’ di dolore l’ho sentito anch’io, che di quell’enorme aeroporto mi ero beato. Tranne il fatto che l’aereo che arriva e parte da Palermo lo imbarcano da una specie di corridoio segreto, di quelli da dove possono passare solo irregolari e fantasmi.

Siamo entrati (e poi ci siamo tornati) in un ristorante asturiano, vicino la Puerta di Toledo, e siccome non capivamo niente della lista dei cibi uno dei camerieri ha capito la difficoltà e si è avvicinato, dicendoci che ci mandava il chico italiano, che poi ci ha spiegato: “qui si mangia in compagnia, dalla stessa padella e dalla stessa pentola, ordinate una cosa per volta, e vedrete che vi riempirete la pancia”. Infatti, con le raciones ci si mangiava in quattro, e poi restava voglia di assaggiare ancora qualcos’altro. Se passate da quelle parti una puntatina alla sidreria “la burbuja que rie” fatevela. E se proprio vi va di essere esotici, ordinate il sidro, che necessita di una mescita acrobatica, che da sola vale la spesa; altrimenti meglio la birra o il vino. Ma si, va tutto bene quando si sta tra gente accogliente. E poi, tra tutti quei Lopez e Fernandez e Rodriguez mi sentivo a casa.

Trenta giorni di mare
Senza meduse, non se ne sono viste, e allora nuotate amniotiche, che ho ancora i seni paranasali pieni d’acqua salata, e bracciate sott’acqua tra le castagnole e le piccole occhiate. Però qualcuno mancava, ci sono stati dei giorni irreali, come se nulla fosse successo, come se l’equilibrio fosse ancora mantenuto. Il fatto che mi preoccupa e che comincio a conoscere un certo numero di vedovi e vedove miei coetanei, si vede che sto invecchiando.
Appuntamenti inevitabili
Con le persone che non si vedono per trecentotrenta giorni, fino all’agosto successivo, con quelli a cui viene voglia di dirlo, che non importa la frequenza e la presenza, siamo amici anche se ci parliamo ormai solo due o tre volte sulla spiaggia o al belvedere.
Con la casa, il giardino, gli alberi che crescono, qualcuno si dovrà tagliare per fare posto a qualcun altro che vegeta più impetuosamente, con la necessaria inevitabile manutenzione; lo scorso week-end ho finalmente riparato un avvolgi tubo cannibalizzandone un altro che si era rotto un paio d’anni fa e che-prudentemente-non avevo ancora buttato.
Con i tramonti, con i pensieri del dopo cena, con la domanda quanto durerà ancora, con le zanzare e gli uccelli notturni, e con la vendemmia, anticipata come sempre, e dimezzata da gazze e colombacci. Ho già in programma l’acquisto di una carabina a piombini per fare in modo che le cento bottiglie previste l’anno prossimo si riempiano davvero, di chardonnay e pinot grigio, torrefatti nella vigna che si calcina a sud, davanti alla casa.
Con le visite al cimitero, dalle quali ritorno sempre con l’urgente necessità di un collante emotivo, dato che a guardarli, i nomi ed i volti mi fanno sentire incolmabile e definitiva la mancanza dell’intera famiglia di mio padre. Ti porterò le rose del mio giardino, anche se so che i fiori non ti piacevano.
Musica, musica.
Chissà chi contatta i manager dei gruppi che si presentano all’Ypsigrock, quest’anno erano più di un paio i nomi di rilievo, a suonare nella piazzetta davanti al castello medievale.

Art Brut, rumorosi, dissacranti, la macchietta rock di Brian Ferry e compagni, e la sera dopo i DeUs, dei quali le radio FM quest’estate hanno mandato una hit in heavy rotation, facendo pensare al popolo italiano intero che loro siano dei sofisticati musicisti pop; siccome che Tangerine me li aveva amichevolmente consigliati, li conoscevo per quelli che sono, cioè dei tosti rocker di un paese dove il rock manco te l’aspetti, infatti vengono dal Belgio. Bravi, cento minuti spesi bene, che neanche loro ci credevano, e continuavano a ringraziare la Sicilia e l’Italia. Li avranno soffocati di mare, vino e sole, così imparano a vivere a Bruxelles.

Ritorno alla normalità?
Praticamente, come già descritto, domenica 31 siamo tornati in città, lasciandoci dietro la sensazione di trenta giorni passati troppo velocemente, e la mattina presto dell’1 settembre ero in aeroporto, poco dopo scodellato a Firenze per una simpatica riunione tra colleghi di lavoro. Ovviamente non potevo fare a meno di fare quello che mi riesce meglio, cioè spiare il prossimo in aeroporto, o godermi le gesta dei passeggeri latitanti nello schiumoso vuoto emotivo che accompagna i viaggi aerei con risicate coincidenze.
Al ritorno da Firenze, un procione viaggiatore camuffato da magra donna presumibilmente dell’est Europa ha sgranocchiato, pescandole da un sacchetto di cellophane trasparente, un numero impressionante di mele e pesche. Forse si stava preparando al letargo, e quando è passata la hostess per il micro rinfresco che ancora Alitalia (ancora per poco, poveri i miei punti millemiglia che finiranno dissipati nel niente, come un peto di Tremonti) graziosamente somministra, la prociona non ha capito nulla, ha afferrato una bottiglia di cocacola e messo le mani nel cassettino con gli snack, e non c’era verso di farglieli restituire.
Menomale che l’hostess era di buonumore, e se l’è presa a ridere (pure io me la sono presa a ridere, per solidarietà con l’hostess) nonostante che, temo, perderà il posto. La mia vicina di posto plantigrada ha continuato a rosicchiare salatini e biscotti per tutto il viaggio, accompagnando il bolo con ampie sorsate di cocacola, e quando è ripassato il carrello-cestino ha buttato dentro pure quegli snack che non era riuscita a mangiare. Poi, ha ruttato in maniera composta, coprendosi la faccia con un fazzoletto di carta. Ecco il bello di viaggiare, si imparano usanze sempre nuove.
Questo lo spiego dopo
eccomi che lo spiego:
Siamo stati adottati, da lei.

Grande mangiatrice di croccantini e lucertole, dispensatrice di fusa a tonnellate e strusciamenti sulle gambe, e contenitore ambulante di coccole a tempo: scaduto il tempo dissuadeva i coccolatori con precise unghiate, tipo freddy krueger, che ne portiamo ancora tutti i segni sulle mani.
Ma si sa, i gatti di campagna non vanno tanto per il sottile, e non sono avvezzi alle mollezze dei gatti cittadini.
Tanto, in città, al b&b della med-moglie, siamo stati adottati da un gatta’altra, pazza come una tempesta tropicale in scatola di montaggio, che si presenta solo se le si fischia (il muci-muci con cui si chiamano i gatti siculi con lei non funziona) e che per fare le feste preme con i cuscinetti delle zampe sulle mani e mordicchia, è di modi più urbani anche se inconsueti.
Ecco spiegato l’Al Stewart d’antan. Se proprio devo dargli un nome, questo me lo ricorderò come l’anno dei gatti.


Ad un certo punto quello seduto accanto a me, nella sconfortevole poltroncina del super 80, ha detto “lei deve essere una persona importante, la salutano tutti”.
Ho amabilmente sorriso, ma non ho risposto. E’ vero, sul Roma-Palermo di venerdì sera c’erano un sacco di persone che conosco, e che mi hanno salutato salendo sull’aereo. Anche un paio di personaggi pubblici, di quelli che mettono i loro faccioni lunari sui poster 6x3 al momento del concorso per la nomina allo stipendificio parlamentare.
Martedì mattina, arrivato al Falcone-Borsellino, ho trovato decine di scolaresche in attesa del loro volo per il viaggio di d-istruzione. Che mi domando cosa ci sia di istruttivo ad andare una settimana in Tunisia, forse qualche docente nostalgico vuole andare a visitare la tomba di Bettino.
Questi ragazzini si fotografavano l’un l’altro, appoggiandosi ai grandi pannelli pubblicitari, mimando scene di sesso con i modelli e le modelle delle reclame. Cominciamo bene, ho pensato io.
C’era una pattuglia di micromanager con inestirpabile appendice auricolare bluetooth. Nel frattempo non li ha chiamati nessuno, ma loro erano pronti, e non si sono tolti l’auricolare neanche entrando nell’aereo. Probabilmente i tessuti del padiglione si sono embricati con le fibre plastiche, formando delle aderenze permanenti.
Uno che aveva la sua bella faccia lunare sul giornale di martedì ha cominciato a passeggiare rasente le panchine della sala d’aspetto, tutte occupate, Sicuramente sperava che qualcuno lo riconoscesse e gli cedesse il posto, però nessuno si è alzato, nemmeno io: forse non mi sono alzato perché lo trovo leggermente antipatico, o solo perché nel frattempo era stato annunziato il secondo ritardo sulla partenza.
Le hostess di terra ad un certo punto hanno cominciato a dire che il signor pinco pallo si doveva presentare al gate per l’imbarco, ultima chiamata, e così via. Quello, lo abbiamo scoperto dopo, aveva gli auricolari del suo lettore mp3 bianco così profondamente conficcati nel cervello che solo dopo che la signora con la divisa della compagnia aerea gli ha chiesto, scuotendolo dal suo coma musicale, se era lui pinco pallo, ha capito che aspettavano solo lui per partire.
E’ diventato rosso rosso, si è sentito addosso gli sguardi di muta riprovazione di mezzo aeroporto, e poco prima di consegnare la carta d’imbarco ha inciampato in un trolley. La padrona del trolley gli ha sibilato qualcosa di cattivo in una incomprensibile lingua cattiva, e quello ha virato dal rosso rosso al viola. Spero per lui che sull’aereo avessero una equipe cardiochirurgica, aveva proprio il colorito di uno che sta per avere un glorioso infarto.
Alla fine siamo partiti con quasi due ore di ritardo, e sono arrivato alla riunione un minuto prima che cominciasse. Il capo ha detto che mi avrebbero aspettato comunque, forse è un buon segno.
I quattro giorni di riunione sono passati con veloce lentezza, e al venerdì pomeriggio la mole di dati che premeva per sedersi sui miei neuroni era tale che credevo di essere diventato un contenitore per byte ansiosi. Una pendrive umana.
Sull’executive transfer (un taxi privato pulito e nero come quello dei film americani) che trasferiva me e altri miei colleghi all’aeroporto di Bologna si sono consumate alcune piccole tragedie interpersonali, tanto che ad un certo punto ci siamo messi a scrivere messaggi su pezzi di carta, immediatamente defenestrati per non lasciare traccia, pizzini si chiamano, ecco.
Il furgone nero è rimasto bloccato insieme al suo vario contenuto umano al centro di uno svincolo, uno di quelli a ricciolo, e dal finestrino fumé ho visto una grande lepre che fottendosene del traffico osservava le macchine e i camion fermi, ritta sulle zampe posteriori. E’ rimasta lì, si è solo grattata un po’ le orecchie, mentre noi ci allontanavamo.


Pioveva. A Palermo, pioveva che se avessi avuto un motoscafo, in aeroporto ci sarei arrivato prima.
Ero pure in ritardo, ieri. Non e’ che la partenza mi entusiasmasse, però se l’azienda ti chiama in sede, un motivo ci dev’essere. Sinceramente, il motivo lo conoscevo (e la conoscenza era causa del mio scarso entusiasmo).
In aeroporto niente da segnalare, anche per il fatto che sono arrivato proprio all’ultimo minuto, e non ho avuto tempo di studiare, come di solito faccio, la interessante fauna aeroportuale.
Mi sono sorpreso quando, alla coincidenza di Roma, non c’era alcuna nuvola in cielo, un tramonto invernale nelle tinte del rosa pallido, infondente un giusto grado di struggimento.
Sull’aereo che ci trasportava da Roma (ah, lo struggente tramonto romano) a Bologna, un assistente di volo ci teneva a fare sapere a tutti i passeggeri che lui appartiene al terzo sesso.
Ondeggiava ancheggiando come se avesse avuto ai piedi vertiginose decolté dal tacco dieci.
Invece indossava i soliti mocassini di servizio, e quando è stato il momento di spingere il carrello con le bibite, si è immerso nel ruolo con una tale affettatezza che mi è venuto di rispondergli, quando mi ha chiesto cosa gradissi da bere, “succo d’arancia, grazie signorina”. Però non l’ho fatto. Magari a lui avrebbe anche fatto piacere, però non mi sembrava il momento adatto per dimostrare al resto della cabina che sono retrogrado e sessista.
In realtà non sono né retrogrado né sessista, almeno credo.
Almeno spero.
A Bologna, ho incontrato una pattuglia di colleghi che erano arrivati da altre destinazioni in orario coincidente. Ho notato che non c’erano decorazioni natalizie, in aeroporto.
L’ho anche detto ad un collega, “non lo sai che a Bologna sono tutti comunisti? Non lo festeggiano il Natale, i comunisti” ha ringhiato lui.
Mii. Vero? Se c’è un bolognese che mi legge, mi risponda, per piacere.
Siccome sulla monovolume che ci trasportava a Modena hanno tutti preso a parlare di fatti inutili di lavoro, ho indossato le cuffie del lettore mp3 e mi sono sparato a discreto volume un po’ di Snow Patrol, e di Editors. E guardavo, nel buio dal finestrino, la campagna intorno all’autostrada. Niente nebbia, le tradizioni cambiano. Sono sicuro che se l’avessi chiesto al collega di prima “ti sei accorto che non c’è quasi più nebbia in valpadana?” lui mi avrebbe risposto “non lo sai che in valpadana sono tutti comunisti? Se la mangiano la nebbia, i comunisti”. Infatti non gliel’ho chiesto. Credo che gli avrei dato troppa importanza. E poi se batto il piede al tempo di chasing cars non posso fare domande stupide.
Nella tasca di destra un oggetto di forma rettangolare mi premeva un po’ sul fianco.
Era il libro che avevo finito di leggere durante i voli di prima.
E’ il libro di un autore (so che ad e.l.e.n.a. piace) che mi piace, e che ho già qualchevolta citato, e del quale amichevolmente obbligo alla lettura quei turisti (che sono in grado di leggere l’italiano) che frequentano il bed and breakfast gestito dalla med-moglie.
Il titolo del libro è 1982. Mi che fantasia, e che scarso tempismo, dirà subito qualche intellettuale, non lo poteva chiamare 1985 evitando così di anteporsi a quel famoso capolavoro che si chiama 1984? Non lo chiederò all’autore, intanto perché non lo conosco (potrei scrivergli una email, come lui fece scrivendo una lettera ad un altro scrittore terribilmente più famoso di lui e che-miracolo-gli rispose. Però era il 1982, di solito si rispondeva alle lettere).
Per quel miracoloso fenomeno che fa sì che il lettore si identifichi nelle vicende narrate dallo scrittore, e che gli fa dire, minchia sembrano proprio le cose che sono successe a me, anch’io mi sono identificato. E potrei con un ragionevole grado di sicurezza affermare che una delle stupidaggini che lui combinò nel 1982 l’avevo fatta pure io uguale uguale, nello stesso anno.
Arrivato in albergo, che si trova in un non luogo,distante due chilometri e parecchio freddo e puzza di maiale da Modena, mi sono chiesto cosa ci stessi a fare lì io, lavoratore di una razza in via di estinzione ( di questo ne parlerò un’altra volta).
Non mi sono risposto, mica sono un cliente di Marzullo, io.
(nel frattempo ho parlato di 1982 memorie di un giovane vecchio di Roberto Alajmo).

Si vede che mi sono rimbambito. Si vede anche che la sicurezza negli aeroporti è una pagliacciata.
Ierisera a Napoli avevo due carte d’imbarco, dato che per tornare a
Le signorine in divisa addette al controllo passeggeri erano fibrillanti e sculettanti. Hanno aperto il mio beauty-case tentando di spruzzare in giro il profumo. L’ho minacciata, a quella specie di poliziotta con la camicia strizzata sul petto prorompente, che se solo ci provava, dato che quel profumo che uso non si trova più in giro, mi mettevo a gridare.
“Non faccia così, lo poso subito” ha risposto allarmata.
Poi, al gate, la rincoglionita dell’alitalia si è presa la carta d’imbarco della seconda tratta (quella roma-palermo) senza accorgersene. E sono partito tranquillamente. E’stata anche colpa mia, che non ho controllato bene quale mollarle. A Roma, accortomi
Antefatto.
Il giorno prima, al Falcone Borsellino (si chiama così, anche se così non piace al nostro eccellentissimo presidente dell’assemblea regionale), arrivato in giusto anticipo come al solito mi sono messo in osservazione, dal mio oblò, della umanità che pinneggiava in aeroporto.
Una nonostante l’auricolare faceva sentire i cazzi suoi a tutti, sbraitando a gioia che non ho capito se era masculo o fimmina su quante mutande e quanti reggiseni aveva venduto nel mese di ottobre e di mandargli i file delle sue vendite di settembre così si controllava le provvigioni. Ho sperato che le si fondesse l’auricolare nel padiglione, ma non è successo. E gioia non si è rotto-rotta, la spacciatrice di mutandine ha smesso di sbraitare i cazzi suoi solo quando hanno chiuso le porte dell’aereo. Penso che avrebbe allegramente continuato.
Una, trentina circa, piagnucolava come una specie di bambina capricciosa cresciuta, piagnucolava e guardava il telefonino, scostandoselo dall’orecchio ogni tanto. “ti prego non lasciarmi non lo fare, mi metto in ginocchio se vuoi” ed altre truculente amenità
Uno scendendo dall’ultimo gradino della scaletta dell’aereo ha perso un libro (un libro che parla di
Coccodrillo Stagionale.
Si sta, come d’autunno, sugli alberi le foglie. E poi ha chiuso gli occhi, che non si erano mai girati per guardare da un’altra parte, e la bocca, che non aveva mai dimenticato di fare proprio quella domanda, quella scomoda, quella chiara.
Adieu, Enzo Biagi, sono certo che se c’è un padrone dell’aldilà, le affiderà di sicuro un telegiornale.


Era stata una notte buia e rumorosa. Nei bronchi intasati della legittima consorte si riproducevano allegramente milioni di batteri , rendendo il suo respiro simile all'onesto lavorio di una banda di boscaioli, intenti a segare la foresta amazzonica. Per farla breve, russava col turbo. Ed io avevo messo la sveglia, anzi due sveglie per sicurezza, alle cinque del mattino. E menomale che lo sanno che detesto partire col primo volo del mattino. E ovviamente alle tre gli occhi si sono aperti, rifiutandosi di chiudersi di nuovo, anche per lo scomodo collegamento con le orecchie, che assistevano indifese al lavoro dei taglialegna ,armati di sega elettrica , nei bronchi della mia signora moglie. Arrivato in aeroporto, ho incontrato altri simpatici artigiani, questi in carne ed ossa, che rumorosamente si accingevano a trasvolare verso una fiera di edilizia e carpenteria in una città del centro nord, la stessa dove stavo andando io. Finalmente le bradipe lente del gate ci hanno fatto defluire verso il portellone del dc 9-80, abbiamo guerreggiato con i bagagli a mano che non volevano sapere di essere rinchiusi-orrore!-al buio delle cappelliere, mi sono accoccolato nel sedile cigolante vicino all'uscita di emergenza. Previggentemente sono solito chiedere con un irresistibile e mellifluo sorriso alla signora del check-in "per favore signora, un posto comodo e non mi metta nessun ciccione accanto". Devo dire che finora ha funzionato. Insomma, allacciate le cinture di sicurezza, e con il solito ritardo di quarantaminuti circa, l'aereo ha preso a rullare. Io ho chiuso gli occhi, annegando in un torpore pre-sonno, cullato dall'accelerazione e dal ronzio dei reattori, aspettando il momento in cui il metallo imbevuto di cherosene e farcito di carne e bagagli (un arrosto misto in caso di disastro) si stacca dal suolo e fionda i nostri corpi mortali verso le nuvole. Ero già abbracciato alla sorella di Morfeo (ognuno ha i suoi gusti, si sa), ma invece di decollare è iniziata una frenata violenta, e i motori hanno attaccato la retrospinta. Forse perchè ero quasi addormentato non mi è venuto l'infarto del pre-schianto). Pochi secondi dopo, gli altoparlanti hanno diffuso in cabina, dove era calato un silenzio micidiale, la voce del pilota "è il comandante che vi parla, abbiamo abortito il decollo per un guasto ad uno strumento, rientriamo alla piazzola e vediamo se ce lo riparano". C'è sempre la prima volta, confesso che per me è stata mercoledì. Giovedì, nell'incivilissimo aeroporto della città del centro nord da cui stavo ripartendo, in cui i vigilantes sembrano tutti usciti da un film della serie terminator per quanto sono stronzi ed intolleranti, ad una signora russa (oddio signora è un eufemismo, si capiva benissimo il mestiere che faceva) sono saltati i nervi ed ha cominciato ad urlare, lanciando in aria il contenuto del beauty case, "it's impossible, here is like Nigeria, you're cruel people!". Era successo che le avevano fatto storie con la carta di credito al momento del biglietto, un paio di sbirri l'avevano perquisita, poi al check-in le avevano detto che doveva tornare indietro per comprare un supplemento per il bagaglio in più, ovviamente le avevano fatto di nuovo le stesse storie con la carta di credito, gli stessi due sbirri di prima l'avevano ricontrollata, al varco del controllo di sicurezza, nonostante lei parlasse inglese, i terminator l'avevano ancora maltrattata e quella poveretta si era messa a gridare come una buttana. Evviva l'Italia ( o la Nigeria?). E le ascelle puzzose? Sono quelle del tizio che mi ha chiesto di spostarmi dal posto corridoio a quello finestrino per potere chiacchierare con la sua concubina; menomale che la hostess mi ha chiesto "com'è il libro che sta leggendo?", consentendomi di fare la mia porca figura sulla storia della letteratura americana di fine novecento. Per un mese niente aerei, e niente ascelle puzzose, almeno si spera.