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ospitalità familiare a Palermo
martedì, 27 dicembre 2005

lettiera per gatti



Le ruspe spianavano la sabbia che un autocarro aveva appena scaricato sul piazzale, dove fino a pochi giorni prima c’era il parcheggio interno dell’Ospedale Civico.
Un piccolo trattore provvedeva, muovendosi come uno scarabeo stercorario, a distribuire uniformemente la ghiaia , e subito dopo intervenivano alcuni operai che, armati di rastrelli, rendevano uniformemente ondulata la superficie sabbiosa.
“Stendetela bene da quella parte” dissi, indicando alla squadra la zona del parcheggio che doveva essere sistemata.
Sull’altro parcheggio, quello che si trovava dietro l’edificio della radiologia, un altro gruppo di addetti, in tuta verde e mascherina, finiva di recuperare ciò che era stato prodotto durante la notte; lo avrebbero ammassato nell’essiccatore, e dopo qualche giorno, trasferito alla centrale termica.
Da quando erano cominciati quegli strani fenomeni, e da quando avevo intuito come volgere a nostro favore, a vantaggio dell’azienda ospedaliera cioè, gli imbarazzanti residui che venivano abbandonati dagli ospiti notturni dei parcheggi, la spesa per il combustibile dei generatori termici era diminuita del 70%.
All’inizio avevamo ritenuto che i malesseri e le domande di dimissione dei guardiani notturni-arrivavano stravolti al pronto soccorso, bianchi come lenzuoli, balbettando frasi incomprensibili-fossero dovute ad allucinazioni collettive, a vertenze sindacali sommerse, alla droga tagliata male che gli spacciatori locali facevano viaggiare in abbondanza nei corridoi dei reparti.
Dopo alcune settimane di strani avvistamenti, e dato che la notizia, incontrollata, cominciava a girare anche sui giornali e sulle televisioni locali, il consiglio di amministrazione decise di installare un sistema di vigilanza dotato di telecamere speciali, con visori notturni, e di illuminare alcuni dei luoghi in cui erano avvenuti gli spiacevoli incontri.
Visionammo i nastri registrati ogni mattina, ma per qualche incomprensibile motivo non rimase traccia di movimenti animali all’interno dell’ospedale, solo tracce del loro passaggio, ma in quantità ridotte, come se fossero state lasciate di fretta, con la paura di essere visti.
Intanto, ad uno ad uno, sparirono i cigni del laghetto, e le floride colonie di cani e gatti che si abboffavano del contenuto dei cassonetti, nei pressi dell’area rifiuti, si erano ridotte a pochi sparuti elementi; dopo poco anche i grandi sacchi in attesa di essere bruciati cominciarono a scomparire.
Al loro posto comparvero in abbondanza mucchi di sterco, di notevoli dimensioni, abbandonati negli angoli più bui dei parcheggi.
Cominciai allora a dare peso alle allucinate dichiarazioni dei guardiani notturni.
Durante le ore di buio, dai sotterranei abbandonati, dove neanche di giorno avrei avuto il coraggio di scendere, uscivano degli animali, non i soliti topi o scarafaggi, ma degli enormi carnivori, tigri dai denti a sciabola, sentenziò il veterinario dopo avere visionato le ombre registrate dalle telecamere della sorveglianza, e dopo avere confrontato le orme lasciate sul cemento fresco.
Inviai una circolare in cui invitavo il personale che faceva la notte nei reparti a non uscire se non in caso di assoluta necessità, e a chiudere porte e finestre a partire dalle ventidue.
Ciò che volevo assolutamente evitare era che qualche paziente o infermiere venisse sorpreso da solo dai grandi felini che, ormai era noto, perlustravano l’ospedale in branchi numerosi.
Un paziente ricoverato in chirurgia, che faceva il domestico a casa del primario, mi sentì discutere con i medici del reparto di queste strane apparizioni notturne; era originario dell’India settentrionale, e mi volle informare che le feci di questi animali, opportunamente raccolte ed essiccate, erano usate al suo paese come combustibile per usi domestici.
Ma come convincere le tigri a fare i loro bisogni in un unico punto, in modo da evitare che la raccolta del materiale organico fosse troppo dispersiva.
Un pomeriggio, tornando a casa, mia figlia mi chiamò al cellulare: “papà, passa dal supermarket, ho dimenticato di comprare la lettiera per i gatti. Visto che più tardi tu e mamma passate da me, me ne porteresti due sacchi?”.
I felini sono istintivamente portati a fare i loro bisogni sempre nello stesso posto-pensai-e la lettiera esercita un richiamo irresistibile.
Contattai le imprese che si erano aggiudicate i lavori di manutenzione dei parcheggi e spiegai loro che le aree dovevano essere riconvertite, non più asfalto, ma uno strato sabbioso, ripassato a mano coi rastrelli, “come fate a casa vostra quando preparate la cassetta del gatto” dissi per essere più chiaro.
La strategia funzionò, le apparizioni notturne, sempre inafferrabili e praticamente invisibili continuarono, eliminai le guardie giurate del turno notturno, fu denunciata la scomparsa dei ladruncoli che bazzicavano nottetempo l’ospedale, cominciarono a sparire anche scooter e piccole utilitarie, che venivano ritrovate masticate, quasi come aperte da apriscatole giganti ai margini dei parcheggi. La produzione di sterco felino mi consentì di rendere indipendente la centrale termica dell’ospedale dalla rete elettrica, in quanto la caldaia veniva alimentata dal combustibile naturale.
A fine anno ottenni il premio di rendimento, per avere raggiunto il budget previsto nell’azienda ospedaliera, ne investii una buona parte per acquistare un fuoristrada blindato ed una carabina. Potrebbe capitare di fare tardi in ufficio e vorrei evitare di conoscerli, questi fornitori dai denti a sciabola.



il 2005 è stato, per me, un anno horribilis, questo racconto, che era già passato su questo blog, vorrebbe avere valore catartico, e propositivo.

buon 2006, anzi migliore, per tutti. Antonio.
postato da: Medicineman alle ore 14:57 | link | commenti (2)
categorie: storie
martedì, 20 dicembre 2005

il volo notturno del comandante Condor



Il pilota aveva testa pelata e sguardo rapace di condor. Si affacciò dal nido di pilotaggio verso la carlinga, dove i passeggeri implumi, inetti al volo, attendevano legati ai sediolini che finalmente venisse annunciato il decollo, per migrare trasportati verso le terre del sud, più ospitali in inverno.
“recupereremo il tempo perduto, per tutti gli dei del cielo, o io non sono degno di essere chiamato comandante”, e mentre gracchiava queste parole la testa ad uovo luccicava di neon e di spie rosse riflesse.
Finalmente arrivò il permesso a lasciare la misera terra, i motori muggirono di forza e tempesta, la pista fu abbandonata e iniziò un volo ringhioso e verticale, poi l’aereo si infilò tra le nuvole che piangevano nebbia.
L’uomo condor, artigliato ai comandi, governava le ali di metallo, l’aereo scivolava nella fica umida e nera della notte, graffiandola con le scie dei gas combusti, che sembrava cometa nella vigilia.
I passeggeri stavano appollaiati alle poltroncine come i pulcini sull’orlo del baratro del primo volo, indecisi se affidarsi completamente all’aria o rimpiangere il peso e la fatica dello strisciare radenti il suolo, poche le luci accese, scarse e ovattate le voci.
L’aereo, metallico fallo alato, concluse il suo volo con una picchiata sulle coste dell’isola, atterrò furioso e prepotente sulla pista spazzata dal vento e dalla salsedine, arrestò infine la sua corsa rabbiosa e vibrante al limite della scogliera.
Il comandante Condor si affacciò di nuovo alla cabina di pilotaggio, guardò ancora i passeggeri che stavano per essere espulsi dalla confortevole placenta della cabina come spermatozoi in un fiotto d’orgasmo, scarruffò le piume e le mostrine della divisa.
“perdio, l’abbiamo fatta gridare quella troia della notte” disse agli assistenti di volo, e si risedette al posto di comando, manovrando come uno sciamano per riprodurre un volo, un altro tuffo a cazzo ritto nella vulva del cielo, per violarla ancora.
postato da: Medicineman alle ore 18:27 | link | commenti (5)
categorie: storie
domenica, 18 dicembre 2005

vuoi sapere mio nome?



Vuoi sapere mio nome? Io Katerina, di Romania. Al mio paese tutte ragazze belle come me.
Ti piace mie cosce? Ti piace mie tette? Non sono mie, sono tue perché tu paga e io fare toccare.
Perchè tu non vai dove ho detto io, ho detto venticinque euro pochi soldi io fare pompino che tu dire Katerina brava, e poi un’altra volta tornare da me.
Tu volere parlare? Tu pagare me non volere scopare io brava, vabene Katerina ora parlo con te.
Vabene ferma macchina qui accendi luce posso guardare tua faccia, sicuro tu non volere scopare, Katerina brava belle scopate dicono tutti clienti.
Al mio paese Romania sempre guardare televisione e vedere Italia bella, italiani ricchi, donne italiane belle come puttane ma non devono fare puttane per avere belli vestiti.
Katerina no sposata, no uomo marito a Romania, vabene, un bambino mio vuoi sapere nome lui chiamato Gerry.
Si Gerry come bravo Gerry Scotte, a me piace uomo come lui, grande bello ride sempre sicura lui non dare calci nel culo a donna di Romania.
E mia cugina Anna detto me venire in Italia, mia cugina Anna tornata Romania con aeroplano e valige piene belli vestiti.
Mia cugina Anna detto me Katerina tu volere come me belli vestiti allora tu venire in Italia con me e poi trovare lavoro facile cameriera ristorante lavare vecchi portare cane cacare oppure infermiera o lavoro negozio io bello sorriso belle gambe e sorriso vabene come pubblicità di dentifrici io potere lavorare negozio, padrone fare affari e dare tanti soldi e belli vestiti io comprare.
Invece poi amico detto Katerina tu bella, tu fare tanti soldi se tu puttana, io aiuto te, amico no magnaccio, lui dice che ama me, vabene io non so.
Devo levare vestito ora? Ora tu volere scopare? Aspetta esci tuo cazzo io mette profilattico , venticinque euro con profilattico, vabene se tu non volere tu dare me cinquanta euro vabene senza profilattico.
Tu volere che io scende dalla macchina? Tu volere guardare me davanti luci di macchina? E’ un gioco? Tu volere giocare con Katerina? Vabene, Katerina scende da macchina.
Tu non scappare via, vabene, mio vestito nella macchina, tu italiano bravo vabene.
Ti piace così? Katerina bello culo, belle tette dicono tutti clienti poi tornare. Uno mi dice vabene mai vista donna come te .
Cosa fa tu? Spegni luce forte io non vedo che succede.
Aspetta, no, vabene spegne macchina, tu non lasciare me qui sola Katerina brava, mio vestito nuovo dentro tua macchina.
Katerina ora sente dolore, Katerina perde suo sangue, Katerina paura di morire qui strada senza luce, Katerina senza vestito nuovo.
postato da: Medicineman alle ore 18:25 | link | commenti (2)
categorie: storie
domenica, 11 dicembre 2005

stop, rewind, stop, play



Play.

Lei scese dalla macchina, lui non fece nulla per fermarla. Lui non fece nulla.
La guardò allontanarsi nella piazza, pensò “forse dovevo fare qualcosa in più”, premette il tasto dell’autoradio, le note di take the long way home dei supertramp si diffusero nell’abitacolo, l’armonica a bocca sembrava che lo rimproverasse.
Lui mise in moto e andò via, con la sensazione indigesta di non avere fatto qualcosa di importante.

Rewind

Lei stava per scendere dalla macchina, lui disse “aspetta”.
Lui prese la penna, scrisse alcune frasi sulla pagina bianca del libro, glielo porse, “leggile dopo” le disse.
Lei scese, si allontanò nella piazza, lui pensò “forse dovevo fare qualcosa in più”, premette il tasto dell’autoradio, le note di take the long way home dei supertramp si diffusero nell’abitacolo, l’armonica a bocca sembrava che lo rimproverasse.
Lui mise in moto e andò via, con la sensazione scomoda di non avere fatto qualcosa di importante.

Rewind 2

Lei aveva già aperto lo sportello, lui disse “aspetta”, lei sorrise.
Lui si girò verso di lei sul sedile, prese il libro e scrisse alcune frasi positive sulla pagina bianca, glielo porse. “un bacio” disse lei, e lasciò che la traiettoria delle labbra di lui intercettassero la sua guancia.
Lei scese, si allontanò nella piazza, lui pensò “forse dovevo fare qualcosa in più”, premette il tasto dell’autoradio, le note di take the long way home dei supertramp si diffusero nell’abitacolo, l’armonica a bocca sembrava che lo rimproverasse.
Lui mise in moto e andò via, con la sensazione astratta di non avere fatto qualcosa di importante.

Rewind 3

Lei stava per aprire lo sportello, lui disse “aspetta aspetta”, lei si girò verso di lui e lo guardò negli occhi.
Lui abbassò lo sguardo, prese il libro dalle mani di lei, scrisse una dedica personale, le disse “leggila adesso”, e sorrise.
Lei lesse le frasi, alzò lo sguardo lievemente sorpreso, lui disse “bacio”, lei fu sorpresa dal fatto che la traiettoria delle labbra di lui avessero intercettato le sue.
Lui fu altrettanto sorpreso di ricevere uno schiaffo, raccolse gli occhiali che erano caduti sulla leva del cambio, disse “aspetta”.
Lei scese, si allontanò velocemente nella piazza, lui pensò “forse ho fatto una cazzata”, premette il tasto dell’autoradio, le note di take the long way home dei supertramp si diffusero nell’abitacolo, l’armonica a bocca sembrava che lo sfottesse.
Lui mise in moto e andò via, con la sensazione ruvida di avere fatto una cazzata.

Stop, rewind, stop, play.

(soundtrack, naturalmente, supertramp)
postato da: Medicineman alle ore 23:06 | link | commenti (8)
categorie: storie
sabato, 03 dicembre 2005

schricchiolò la neve sotto le suole sulla via emilia



“T’aspettiamo fuori, m’hanno detto”.
Allora più di uno è, ho pensato.
Che dalle mie parti, se ti aspettano fuori, è una cosa brutta.
Poi , fuori, nebbia e freddo porco, e loro sono usciti dalla macchina.
Una aveva la coppola storta, l’altro fumava.
Che dalle mie parti, se uno ha la coppola storta, è una cosa più brutta di quella che se ti aspettano fuori.
“Sali in macchina”. Così, senza spiegazioni, e mi hanno fatto sedere davanti.
Lui, quello che guidava, sbagliava strada, e pensavo che lo faceva apposta per farmi confondere.
Che dalle mie parti, se ti fanno salire in una macchina e ti portano in giro e non cercano di farti confondere è una cosa brutta, peggio di quella che se hanno la coppola storta.
Poi finalmente ci siamo fermati.
“scendiamo”, ha detto la coppola storta.
Abbiamo camminato facendo scricchiolare la neve sotto le suole di gomma para, infilandoci sotto portici bassi e gelidi.
“questo è il tribunale, ci vengo spesso” ha detto ad un certo punto quello che fumava.
Che dalle mie parti, se uno va spesso al tribunale non è detto che sia avvocato, e se invece è cliente dell’avvocato allora è una cosa più brutta di quelli che ti portano in giro con la macchina per farti confondere.
Ad un certo punto, mentre quella con la coppola storta diceva entriamo qui no entriamo lì no andiamo avanti in un altro posto, ad un certo punto siamo entrati in un locale dai tetti bassi, dove delle donne in grembiule passavano lo straccio sul pavimento rossiccio, guardando a terra.
“andiamo di dietro” ha detto quella con la coppola storta.
Che dalle mie parti, se ti portano nel retrobottega e i camerieri del locale guardano a terra per non guardarti in faccia allora è una cosa più brutta di quelli che sono clienti dell’avvocato e vanno spesso in tribunale.
Ci siamo seduti, lui ha ordinato un caffè lasso, che non ho capito che voleva dire, invece aveva detto che il caffè lo voleva basso, e non ho capito ancora, poi ha fatto segno con le dita che era una tazza con poco caffè e ho detto “il caffè lo vuoi stretto”. In effetti il caffè è basso, nel senso di livello nella tazza.
E siccome c’era un freddo porco anche dentro il locale, ho fatto una cosa molto british ed ho ordinato un the.
Lei, quella che la coppola storta se l’era levata, ha ordinato un the persino, e mi ha detto “te li mangi i biscottini”, così senza punto interrogativo.
Che dalle mie parti, se ti dicono di mangiarti una cosa che te la devi mangiare per forza, allora è una cosa più brutta di quando ti portano nel retrobottega di un locale dove nessuno ti vede.
Poi sono arrivati i biscottini, e il the caldo, e il caffè basso-corto, e lui è uscito di nuovo a fumare.
Lei ha preso il suo telefono dalla borsa e ha fatto un numero, poi mi ha detto “parla con lei”.
E io non sapevo che dire, e ho strotolato il mio portabanalità da viaggio, che siccome è da viaggio ne contiene poche di banalità, e a un certo punto non sapevo che dire ancora, perché quella dall’altra parte rideva e non mi aiutava.
Che dalle mie parti, se qualcuno ti ride al telefono, è una cosa più brutta di quando ti dicono mangia per forza.
Poi ho guardato l’orologio e ho visto che dovevo ripartire, e ho detto “adesso riaccompagnatemi”.
E mi hanno riaccompagnato senza protestare, che io volevo scappare dal freddo e tornare dalle mie parti.
Prima di andare lei ha provato ancora a propormi di mangiare, che da quelle parti si cena presto la sera, ma io ho pensato che non sono né hansel né gretel e che non volevo cenare.
Mi hanno lasciato sulla strada, che la neve non si era sciolta, ed io ho detto tornerò, che non era una minaccia ma una promessa, allora quella della coppola storta si è ringalluzzita e ha tentato di nuovo di invitarmi a cena.
Mi sono calato il cappello sulla zucca gelata, e incamminandomi ho pensato tornerò.
postato da: Medicineman alle ore 13:56 | link | commenti (11)
categorie: storie